tratto da www.sucardrom.blogspot.com/

Stamattina leggevo una lettera di Alex Zanotelli sulla demolizione di campi Rom a Casoria, Campania.

“Il 4 novembre ho assistito alla demolizione di tre campi Rom, situati nel comune di Casoria, nella provincia di Napoli. In questi campi c’erano circa quattrocento persone.
Alle 8.00 del mattino sono arrivate, scortate dalla Polizia, scavatrici, ruspe, cingolati per demolire il tutto.
Sembrava un esercito in assetto di guerra che spianava tutto. […] Non si era mai visto a Napoli un’azione del genere: buttare fuori con la forza persone dal proprio habitat senza offrire loro prima un altro luogo ove andare. Mi ricordava certe scene viste nei regimi militari. Mi ricordava soprattutto le demolizioni che avevo visto delle baraccopoli di Nairobi. Mai mi sarei aspettato che avrei assistito a simili scene nella mia Italia.

E poi ho letto i commenti lasciati dai lettori in fondo alla pagina. Tra tutti mi sono soffermato su questo:

il comune di Casoria non ha acqua per i suoi cittadini la elemosina da altri comuni, sa cosa significa stare giorni e giorni senza acqua, e pensi io pago le tasse le bollette e non la posso avere

Certo c’erano altri commenti, da quelli che inneggiavano a prendere a ‘calci nel sedere’ ogni immigrato a quelli che al contrario richiamavano ai diritti fondamentali e all’uguaglianza tra tutti gli uomini.

Ma ho preferito soffermarmi su quel post perchè scritto proprio da un’abitante di Casoria.

E ho ripensato a quello che mi hanno raccontato qui a Turi, dove abito da pochi anni, su ciò che accadeva tanti anni fa nelle campagne. C’erano due categorie di lavoratori, i potatori e i raccoglitori. Entrambi erano gli ultimi della loro società, entrambe le categorie erano sfruttate e non avevano voce nel loro paese. Eppure tra loro c’era una tale rivalità, da essere proibito ai figli dei potatori di sposare i figli dei raccoglitori. Quel gradino in più su cui si trovavano gli “specializzati” potatori doveva essere conservato e tutelato.

I poveri si azzannavano tra loro.

Penso.

I Rom sono una categoria umana strana, direi anzi che sono piuttosto uno strumento psicologico.

Far parlare qualcuno dei Rom è come metterlo in contatto con la sua parte più intima, istintiva, animalesca. Se si parla dei Rom viene più facile mettere da parte il politically correct, la buona educazione e i buoni principi.

Ci si sente in qualche modo più tranquilli nel dar voce alle proprie rabbie contro un popolo che “se è stato cacciato da qualunque paese, un motivo ci sarà”.

Parlare dei Rom è catartico.

Per questo è utile leggere quello che viene fuori quando di mezzo ci sono i Rom, le persone mettono da parte ogni remora e sfogano le loro rabbie e si può capire quali siano i problemi che assillano le persone.

Ed ecco che di fronte al problema reale dell’acqua che a Casoria non arriva nemmeno nei condomini, o delle case popolari che non ci sono (e dei prezzi degli affitti che al contempo galoppano) si urli:

I PRETI SI FANNO IN QUATTRO PER GLI EXTRACOMUNITARI, MENTRE A NOI ITALIANI CHI CI PENSA? CERCO AIUTO E NESSUNO ME LO DA’. COSA DEVO FARE?

Per me è incomprensibile ragionare in questo modo, ma un motivo ci sarà se tanta gente non riesce a vedere oltre, se non riesce ad afferrare e a comprendere quali siano le vere cause dei loro problemi.

E’ su questo punto che bisogna meditare e capire come cambiare le cose.

Intanto, come dico dall’inizio, i poveri si azzannano tra loro.
Se solo capissero di essere poveri tutti e in egual modo, forse le cose cambierebbero.

Forse.

PS: il 6 ottobre in quello stesso campo era scoppiato un incendio dopo le minacce e le proteste degli abitanti di Casoria. La polizia inizia le indagini: un mese dopo, 4 novembre, il campo viene smantellato. Giustizia è stata fatta.

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