Intervento pubblico di Claudia e Fabio


Dopo il mio post sulla morte del primo maggio penso sia giusto mostrare anche l’altra faccia della realtà, quella di chi si impegna affinché il primo maggio sia ancora vivo.

Proprio per questo voglio inserire nel mio blog i discorsi pronunciati da Claudia Cascione e Fabio Erriquenz (nella foto), relatori nel dibattito pubblico tenutosi il 1 maggio a Mola di Bari.

Come diceva De Gregori:

Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo!”

(Di seguito i due interventi di Claudia e Fabio)

LAVORO E MATERNITA’ di Claudia Cascione

Sin da piccola quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo “L’archeologa!”. E poi mi affrettavo ad aggiungere “…e anche la mamma”.
Mi vedevo così da lì a vent’anni: un lavoro entusiasmante e una famiglia.

Siamo nel 2008: ho 23 anni, non ho un lavoro, non ho una famiglia e sono una studentessa mantenuta dai genitori, che lavora a nero per guadagnare quella tanto agognata autonomia economica.
Ma si può parlare di autonomia economica con 120 euro al mese?

Forse è presto per preoccuparmi di costruire una famiglia. Eppure guardo mia madre che alla mia età aveva già me..

Allora m’accorgo che più penso al mio futuro di archeologa e di mamma, più mi convinco che le due cose sono in contrasto tra loro.
Ho bisogno di studiare almeno tre anni per ottenere la laurea di primo livello, altri due per la specialistica, due per la Siss (necessaria per poter insegnare), poi tirocinii e graduatorie…Arrivo 30 anni con dieci anni di studio per ottenere, forse, un lavoro.
E a quanti anni dovrò arrivare per avere una casa e a quanti per dei figli?

Il mio non è un caso particolare, perché se non si tratta della Siss, si tratta di seguire, e soprattutto di pagare, dei master o delle scuole di specializzazione. Dieci anni di studio (e di soldi spesi) per arrivare a lavorare poi in un call center?
Non dovrebbe stupirmi, in fondo l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro … precario.

Vi dicevo che volevo e vorrei fare l’archeologa: ma come sperarci ancora quando ci si rende conto che è una professione che non ha una carriera regolare ma è in mano ai baroni dell’università e ai privati?
Non c’è meritocrazia nel mio campo come in tanti altri: ingegneria, medicina, giurisprudenza, economia, si va avanti attraverso il clientelarismo o le parentele. E solo alcuni casi divengono di dominio pubblico, magari per qualche arresto eccellente.

Forse sono troppo idealista e devo abbandonare l’archeologia, limitandomi ad accettare ciò che il mercato vuole che io sia.
Quindi dovrò rispondere alle inserzioni delle offerte di lavoro che richiedono giovani donne dalla bella presenza, nubili e così via.
Potrei accettare di essere una centralinista o una promoter da supermarket, così almeno con un lavoro potrei realizzare il mio desiderio di maternità.

Ma sono una donna e questo è un problema per i datori di lavoro: la gravidanza è un motivo di licenziamento. D’altro canto abbiamo fatto progressi: i licenziamenti non avvengono più con una lettera fatta firmare in bianco dal datore di lavoro al momento dell’assunzione. Ora è una libera scelta della lavoratrice che, scaricando on line il modulo prestampato, decide di licenziarsi dopo aver subito continue azioni di mobbing a causa della sua maternità.
E’ così che viene veramente oltraggiato questo diritto, non come qualche personaggio zuppo di moralità va pontificando.

Sono queste le vere violenze sulle donne. Certo ci sono anche quelle di cui ci parlano i giornali e i tg.
Ma perché dobbiamo fingere di non vedere?
Ricordiamoci che le violenze di cui ci parlano, compiute da sconosciuti, spesso stranieri, per strada sono solo il 2 % delle violenze subite dalle donne. Ben oltre va la percentuale dei maltrattamenti subiti tra le mura della propria casa: l’80% delle violenze è “domestica“.

Per non parlare delle “vittime minori“, una squallida catalogazione inventata ed usata indifferentemente da donne e uomini per riferirsi a prostitute morte, lucciole vittime di un serial killer, rumene uccise o nigeriane sgozzate.
Ma non esistono vittime minori, donne di serie A o di serie B: sono tutte donne.
Dopo gli spot per la campagna elettorale, per il richiamo al decoro pubblico, la paura è che, come sempre, le vittime ritornino nel buio della folla cui appartengono.
Sta a noi donne evitare che questo avvenga.

Se oggi sono qui su questo palco non è per una scelta di facciata, per mostrare coerenza in quanto dei problemi delle donne è giusto che a parlare siano solo le donne.
Oggi sono qui sul palco, unica donna tra i relatori, perché credo realmente che sia la donna a doversi fare carico di difendersi da tutte queste violenze, quelle che mortificano i nostri corpi o la nostra natura.
Sta a noi cambiare i meccanismi di questa società.

Questo è il femminismo: non solo rivoluzione sessuale, non solo diritto al voto, non solo parità salariale, non solo il divorzio, non solo il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza … Non solo tutti quei diritti conquistati dal dopoguerra e costantemente messi in discussione oggi.
Il femminismo è soprattutto l’dea di sconvolgere il sistema della società, della politica, dei governi, dei partiti pensato e creato a misura dell’uomo in quanto “maschio”.
Siamo differenti dall’uomo ma questo non significa essere degne solo dei lavori domestici.

Dobbiamo essere femministe perché per poterci difendere dobbiamo essere consapevoli di saper capire le dinamiche politiche, economiche o sociali che ci possono sembrare così lontane.
Dobbiamo essere noi a smettere di pensare alla nostra presenza solo come di facciata.
Il femminismo non è pensare, comportarsi e agire da uomo. Ma essere donna e costruire una realtà a misura di donna. In cui non si debba più scegliere tra l’essere mamma e l’essere archeologa.

Grazie a tutti.
Buon primo maggio.

PRECARIATO E PRECARIETA’ di Fabio Erriquenz

Care compagne e cari compagni, amici tutti, mi ritrovo nuovamente a parlare del Precariato e della Precarietà.

Lo faccio in un giorno speciale, dedicato al Lavoro. Dedicato in modo particolare ad una forma del Lavoro che io non conosco ancora e non so se avrò mai l’occasione di beneficiarne. Mi riferisco ad un Contratto dignitoso, pulito, senza insicurezze sul Futuro e, in modo particolare, sul Presente. Un Paradiso che non raggiungerò mai.
Eppure nel nostro recente passato tutte le strutture sociali ed assistenziali dello Stato italiano, la stessa cittadinanza, è stata fondata sulla centralità del Lavoro. La garanzia di un Salario dignitoso, infatti, voleva assicurare un legame indissolubile tra ogni Essere umano e la Società in cui viveva. Quella garanzia del Reddito permetteva anche lo sviluppo di una solidarietà sociale diffusa che si era organizzata e strutturata in quello che era il nostro sistema previdenziale e che, ahinoi, non esiste più. Ma questo è solo un piccolo esempio.

Mi ritrovo a parlare della Precarietà, quindi, in un giorno che effettivamente non mi rappresenta. Che non può rappresentarmi. Un po’ perché il Sindacato non è mai riuscito a capirmi, a cogliere la particolarità della mia situazione rispetto alle forme del Lavoro che ha sempre tutelato; un po’ perché questo Primo Maggio si è un poco – per non dire molto – distaccato da quelli che sono i problemi reali del Lavoro, rincorrendo forme di concertazione infinita che hanno solo annacquato le giuste rivendicazioni dei lavoratori.

Perché quella negazione di un Reddito, quella negazione di garanzie minime di Vita e di cittadinanza, si traduce anche nella negazione da tutto quello che mi circonda, a cominciare dai miei stessi amici e compagni con cui condivido silenziosamente la stessa precarietà.

Quando finirò questo umile intervento – tra qualche secondo perché penso che si debba parlare di meno e cominciare ad aprire reali vertenze – tornerò a casa. Probabilmente accenderò la televisione o leggerò il giornale che ieri ho comprato. Vedrò e sentirò persone, Padroni, chiedere ancora una volta la dissoluzione del Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro. Chiederanno la detassazione degli straordinari. Chiederanno di potenziare il secondo livello della Contrattazione, cioè pretenderanno che sia l’Azienda a trattare direttamente con il lavoratore il proprio contratto di Lavoro. Individualmente. Ad personam. Sfruttando i bisogni, le necessità, le speranze dei disperati.

E così un Reddito non sarà mai uguale ad un altro, e la competizione a svendersi pur di ottenere un Lavoro, seppure a tempo determinato, salirà vertiginosamente. Una nuova barbarie si prospetta davanti a noi, che non siamo garantiti da nessuno. E non ci sarà bisogno di de-localizzare in Cina per sfruttare la forza-lavoro a basso costo, basterà venire al Sud.

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