A volte ti senti stupidamente fuoriluogo e fuoritempo quando ti ritrovi nel 2011 – nell’era delle distanze brevi, accorciate dall’alta velocità di Trenitalia e della rapidità (?) della chat di Facebook – a sentire nostalgia di ciò che hai lasciato.
Delle campagne con gli ulivi, del vento sul mare, del cielo senza foschia.

Banale. Melodrammatico.
I miei nonni potevano permettersi di provare simili nostalgie, io dovrei avere maggior dignità.

Eppure. Questo tornare a migrare.
Che rabbia.

IL CIELO E’ SEMPRE PIU’ SU?
di Nino Lacidogna
[pubblicato su “Unsolomondo” notiziario a cura del centro lavoratori stranieri Modena]

Come i loro nonni sono tornati ad emigrare dalle regioni del Mezzogiorno verso il ricco “Nord produttivo”. Come i loro nonni hanno una valigia, non più di cartone ma acquistata in un bazar cinese. A differenza dei loro nonni, però, nella valigia hanno anche anni di studio ed una laurea. Se non due. I dati presentati dallo studio svolto dalla Banca d’Italia intitolato La mobilità del lavoro in Italia: nuove evidenze sulle dinamiche migratorie (a cura di Sauro Mocetti e Carmelo Porello) descrivono i caratteri assunti dal rinnovato spostamento di popolazione all’interno del nostro Paese. Dopo il boom dei migranti degli anni Sessanta ed il periodo di stasi degli anni Ottanta-Novanta, nell’ultimo quindicennio si è assistito alla ripresa del fenomeno migratorio che sta depauperando le regioni del Sud del suo capitale più importante: quello umano. I dati sono allarmanti: Calabria Campania in testa fanno registrare la perdita dell’11% dei giovani laureati, seguite dalle altre regioni del Sud con numeri di poco inferiori. Un ‘dottore’ su 50 decide di lasciare la propria terra di origine e di formazione, solo tra il 2000 e il 2005 sono emigrati oltre 80 mila laureati. Ogni anno si registra uno spostamento complessivo di 150mila unità, numeri al netto di quelli che possiamo definire i nuovi migranti stagionali generati dai contratti a tempo determinato. A centinaia, infatti, partono verso le città del centro nord assunti per periodi di tempo che vanno dall’anno ad un massimo di due anni. E’ il cosiddetto pendolarismo di lungo raggio: gli occupati lavorano in una località lontana da quella di residenza, così lontana da rendere improbabile o difficili rientri frequenti nel breve tempo. Tale situazione rende i nuovi giovani migranti molto differenti dai loro nonni: se questi potevano garantire alle famiglie un supporto economico grazie all’invio delle rimesse, i nipoti sono al contrario sostenuti economicamente dalle famiglie d’origine che li aiutano fino al loro completo inserimento nella nuova realtà lavorativa. A tali dati è utile incrociare lo studio di Luca Bianchi Giuseppe Provenzano intitolato Ma il cielo è sempre più su? Nel 1995, nella graduatoria di sviluppo delle 208 regioni europee, quelle del Sud Italia erano situate tra il posto 112 e 119. Dieci anni dopo sono scivolate in basso fino al 165esimo e il 200esimo posto, mentre le altre regioni “sottosviluppate” (Obiettivo 1) facevano al contrario registrare una crescita del 3%. Un quadro simile impone una domanda: i migranti (dal Mezzogiorno) sono realmente un problema per il Nord, come certa propaganda leghista continua a sbandierare, oppure così come i lavoratori stranieri sono al contrario una risorsa imprescindibile per mantenere il livello di benessere delle ragioni tradizionalmente più ricche? Il dislivello tra le due aree è un problema irrimediabile oppure c’è una strategia volta a mantenere la situazione attuale per garantire al Centro-Nord l’arrivo di personale qualificato ma a basso costo?

(foto tratta da http://www.antoniotonelli.it)

[post pubblicato anche su: http://www.egonauti.wordpress.com]

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